Il mio discorso:

Commemoriamo oggi a 25 anni di distanza, l’uccisione di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).

Ricordo bene quei giorni. Lo smarrimento, il senso di sconfitta, la rabbia che circolavano nel nostro Paese, di fronte all’efferetezza mafiosa che in quel momento sembrava inarginabile.

Molto di quello che stava accadendo, intrecci tra mafia e potere economico, complicità, omertà, tradimenti, sarebbe diventato chiaro solo negli anni successivi. Molto è ancora da scoprire. Ma molto di tutto questo era già chiaro a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone, che hanno pagato con la vita la loro determinazione, l’inflessibilità, la consapevolezza di quanto la mafia avesse penetrato la società e lo Stato, e di come stesse sviluppando la sua economia all’interno del tessuto economico del nostro Paese, soprattutto al Nord.

Paolo Borsellino sapeva, in quei giorni, dopo la strage di Capaci, di essere “un cadavere che cammina”, lui stesso ha usato l’espressione di Ninni Cassarà il giorno dopo la strage. Solo, abbattuto per la morte del suo amico, ostacolato da funzionari e uffici che avrebbero invece dovuto agevolare la sua attività e proteggere la sua persona, non ha interrotto il suo lavoro. Pochi giorni prima di morire ha dichiarato: “La sensazione di essere in estremo pericolo non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me”.

Si dice eroe chi “con grande valore e coraggio affronta gravi pericoli e compie azioni straordinarie”. Questa è la parola che definisce Paolo Borsellino per come ha speso la sua vita per combattere la criminalità e per come fino all’ultimo ha continuato integerrimo nella sua opera, pur sapendo quello che stava per accadere.   

Il 13 luglio ha dichiarato: “So che è arrivato il tritolo per me”. Il 17, fra lo stupore di tutti, ha salutato uno a uno i colleghi abbracciandoli. È stato ucciso, oggi lo sappiamo, 24 ore prima che andasse a svelare alla Procura di Caltanissetta quello che sapeva sulla morte di Falcone, quanto gli aveva confidato, quello che aveva capito in merito ai moventi della strage di Capaci. La sua agenda è misteriosamente sparita subito dopo l’attentato. Conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage.

È questo uno dei misteri che non ha ancora trovato soluzione e che indica quanto ancora possano essere potenti le trame che hanno dato origine a quei crimini, e presenti nella nostra società, anche a livello istituzionale.

Non ho mai dimenticato le lacrime e la disperazione di Rosaria Schifani, moglie di uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone, di fronte alla bara del marito. Sembrava allora che non ci fosse sponda per contrastare la violenza mafiosa. Da quei giorni la lotta alla mafia ha fatto registrare grandi successi. E tuttavia dobbiamo essere coscienti, soprattutto qui a Milano, di come la mafia non solo non sia stata sconfitta, ma sia attiva e si sviluppi all’interno della nostra società e della nostra economia.

Borsellino spiegava che occorrono vigilanza e impegno da parte di tutti, soprattutto a livello politico. Diceva che il livello politico non deve aspettare le sentenze per fare pulizia al suo interno, perché in molti casi non è possibile arrivare a una soluzione giudiziaria, anche se connivenze e collusioni sono altresì evidenti.

La criminalità mafiosa è un pericolo molto attivo e presente sul nostro territorio. Le istituzioni sono chiamate a riconoscerne gli esponenti e le trame, a fare un’opera continua di controllo e di pulizia al proprio interno.

La battaglia più ardua non è quella investigativa e giudiziaria, bensì quella culturale, che deve essere condotta anzitutto nelle scuole, tra i giovani. Lo dimostrano i recenti fatti di Palermo, dove in una scuola a lui intitolata, è stata pochi giorni fa decapitata una statua di Falcone.

Laddove questa battaglia culturale riesce a consolidarsi e a diffondersi nella comunità, arrivano poi i risultati dell’azione giudiziaria, come dimostrano anche i recenti clamorosi arresti di boss.

Rinnovare a tutti i livelli il nostro impegno contro la criminalità mafiosa. È questo l’unico modo possibile per onorare il ricordo e l’esempio di Paolo Borsellino.

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