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In questi cinque anni ho ricoperto un ruolo molto diverso da quelli della mia precedente esperienza politica e amministrativa. Il passaggio da capogruppo del partito di maggioranza, incarico che ho esercitato fino al 2016 con Pisapia sindaco, non è stato facile né immediato.

Ha comportato un cambio di atteggiamento e di sguardo, da un impegno in prima linea nel pieno della dialettica politica e della gestione delle dinamiche tra i gruppi di maggioranza e del confronto con l'opposizione, all’assunzione di un ruolo super partes. L'ho fatto nella convinzione che le assemblee rappresentative se da una parte svolgono un ruolo cruciale nel garantire la democrazia nella vita di una città, al tempo stesso sono organi che stanno affrontando una grande crisi nel rapporto con i cittadini. Ho cercato di confrontarmi con questa questione tentando di tutelare il Consiglio comunale, valorizzando le prerogative della sua funzione. Ho cercato di farlo con grande senso di responsabilità. È stato un lavoro molto faticoso ma di cui sono davvero orgoglioso, perché sono certo che in questi cinque anni abbiamo lavorato bene, riuscendo anche a snellire le procedure del Consiglio Comunale che in passato venivano spesso bloccate da prove muscolari piuttosto sterili. La modifica del regolamento del consiglio, a cui ho lavorato, è stato un elemento molto importante per modernizzare questa istituzione e renderla più capace, da un lato, di garantire alle minoranze di esprimere pienamente le loro posizioni, garantendo allo stesso tempo alla maggioranza di poter approvare e rendere operative le loro proposte, in attesa della verifica da parte dei cittadini attraverso le elezioni quinquennali.

Accanto al lavoro d’aula, che ha trattato 325 delibere, 199 mozioni, 479 ordini del giorno e si è svolto in 378 sedute, e oltre all'organizzazione di tutto il lavoro delle commissioni e dell’attività istruttoria, in questi cinque anni ho cercato di interpretare il mio ruolo di presidente anche occupandomi di due questioni apparentemente lontane tra loro ma, in verità, molto legate: il compito di fare memoria e la sfida di progettare il futuro della nostra città. Due sguardi diversi ma in verità assolutamente complementari.

Mi sono impegnato per promuovere un lavoro sulla memoria della città, provando a superare ogni ritualità e logica di adempimento nelle celebrazioni, puntando a fare davvero memoria, con il rendere queste commemorazioni anche momenti di consapevolezza e di impegno. Ho voluto avere come protagonisti in particolare le ragazze e i ragazzi delle scuole. È stata un’attività molto intensa, svolta in una prospettiva anche educativa e civica, nella quale i molti partner coinvolti hanno svolto un ruolo prezioso all’interno del palinsesto degli eventi di “Milano è memoria”. Voglio ricordare, in particolare, alcuni momenti molto importanti, come il cinquantesimo anniversario di Piazza Fontana, che ha visto un gemellaggio tra Milano e Brescia, accomunate dai tragici episodi della strategia eversiva di quegli anni, anniversario culminato con la visita del presidente Mattarella in un emozionante seduta a Palazzo Marino. Il nostro calendario civile è fatto di ricorrenze e di memoria che rappresentano la storia e la vita della nostra città e del nostro Paese: il ricordo di Falcone e Borsellino, la vicenda di Lea Garofalo, di Giorgio Ambrosoli, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la strage di via Palestro, i piccoli martiri di Gorla, piazzale Loreto, il XXV aprile, la Giornata dei Giusti, il Giorno della Memoria, per citarne solo alcuni. Il mio impegno è stato volto a valorizzare queste ricorrenze e contribuire a renderle momenti di crescita etica della nostra comunità.

L’impegno per la memoria è stato anche al centro del lavoro che ho svolto all'interno dell'associazione del Giardino dei Giusti, nella quale in questi anni, come presidente del Consiglio comunale, ho ricoperto il ruolo di presidente del Comitato dei garanti. Abbiamo fatto crescere l'esperienza culturale del Giardino dei Giusti, che ha interpretato il lavoro su della memoria promuovendo una memoria non retorica e celebrativa ma una memoria scomoda, che non mette tutti d'accordo guardando in modo benevolo e distaccato a un passato lontano. Scomoda perché si interroga perché sulle nostre responsabilità del presente. Anche in questo caso destinatari di tutto questo percorso sono stati innanzitutto i giovani delle scuole con cui abbiamo fatto un lavoro capillare, giorno per giorno, in questi cinque anni, al di là delle cerimonie ufficiali. Momenti fondamentali ed emozionanti sono stati la posa delle tante pietre di inciampo, volte a farci fermare e interrogare nella nostra quotidianità distratta, sul destino e sull’ingiustizia che ha segnato tragicamente le vite di chi abitava in quel certo palazzo, e anche sul ruolo dell’indifferenza di molti, che spesso accompagna le tragedie. Temi sempre attuali, da leggere nelle responsabilità dell’oggi.

Accanto al lavoro per la memoria, accennavo sopra al tema complementare del futuro. Il futuro è stato l'obiettivo di un laboratorio che sono molto orgoglioso di aver promosso, Milano2046 (www.milano2046.it). Un laboratorio nato nel 2017, nel quale abbiamo cercato di affrontare e ragionare, attraverso le lenti del benessere e della sostenibilità, sul futuro della nostra città. A questo progetto hanno contribuito persone molto autorevoli: Carlo Sini, Enrico Giovannini, Sergio Sorgi, Alessandro Rosina, Silvia Ivaldi, Francis de Brabant, Ruggero Lensi, Chiara Saraceno, Francesca Bertè, Giuseppe Munforte, Gianluca Bocchi, che ringrazio ancora per il loro impegno volontario. Abbiamo fatto un lungo percorso con l’intento di indagare obiettivi e rischi per la Milano futura, provando ad alzare lo sguardo dal contingente, nella consapevolezza che gli aspetti positivi e anche quelli negativi della città di oggi, si devono in gran parte alle scelte fatte, o evitate, molto tempo fa. Così sarà anche per il futuro. L'interrogativo di fondo era: quale futuro vogliamo per Milano? Siamo coscienti che dovremo affrontare shock e momenti di forte discontinuità. Dobbiamo prepararci per attenuarne gli effetti e, al tempo stesso, dobbiamo indirizzare le nostre politiche per raggiungere gli obiettivi di benessere e sostenibilità che vogliamo raggiungere. Sono considerazioni che hanno preceduto la pandemia e che sono state, ahimè, confermate da quanto è avvenuto in questo anno e mezzo. Eventi che ci confermano ancora di più l'importanza di alzare lo sguardo e di provare a uscire dalle emergenze del contingente, nella coscienza che sono una visione di lungo periodo ci può consentire di affrontarle con efficacia. Per noi il futuro non è stato un esercizio retorico di fuga dal presente ma un modo responsabile e serio di svolgere la funzione amministrativa. Quello di Milano2046 è stato un lavoro molto intenso che ha anche dato vita, su mio impulso, a una scuola sulla sostenibilità e sul benessere, organizzata con Asvis, l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, con la Fondazione Enrico Mattei e con tutte le otto università milanesi. Scuola che giunge ora la sua terza edizione, rivolta ad amministratori, esperti, dirigenti, operatori sociali di tutta Italia, con l’obiettivo di formare una comunità di persone che acquisisca e faccia propria la prospettiva del benessere e della sostenibilità per portare avanti politiche, azioni amministrativi, progetti e lavoro quotidiano.

Nel mio ruolo di Presidente ho dovuto affrontare gli effetti della pandemia sull’attività del Consiglio Comunale. Abbiamo dovuto modificare i suoi metodi di lavoro e sperimentato per la prima volta le modalità di seduta on-line. È stato da parte di tutti uno sforzo molto significativo che ha consentito di garantire la continuità amministrativa del Consiglio e, allo stesso tempo, la tutela dei lavoratori, dei consiglieri e delle loro famiglie. Una prova che non avevamo previsto di dover affrontare. Sono molto contento anche di quello che abbiamo fatto da questo punto di vista.

Sono stati anche anni di incontri e di dialogo con la città. Ho avuto modo di accogliere nella nostra città moltissimi rappresentanti provenienti da altre parti del mondo e, al tempo stesso, di confrontarmi con operatori e rappresentanti del tessuto sociale, civile ed economico della nostra città. Mi ha fatto davvero piacere vedere e toccare da vicino la ricchezza sociale, le energie presenti a Milano, in tutti i suoi quartieri. Sono convinto che il futuro e il benessere di Milano, l'impegno per il riscatto sociale e la lotta alle disuguaglianze non potrà che avvenire attraverso una forte alleanza con tutte le energie della città. Come presidente del Consiglio Comunale ho cercato di manifestare la vicinanza della città e del Consiglio a queste molteplici realtà. È mia convinzione che il Comune non possa fare da solo e che abbia bisogno di tutta la Milano possibile per essere ancora più efficace.

Questo è stato la cifra della mia presidenza: l'apertura alla città, il superamento dell’autoreferenzialità e il tentativo di rendere il Consiglio Comunale un interlocutore presente e vivo per la città.