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La cerimonia per le civiche benemerenze, "gli Ambrogini", è stata molto bella, uno specchio del meglio della nostra città.
Le parole scelte da uno dei benemeriti di quest'anno, Vinicio Capossela, mi sembrano particolarmente efficaci e ci tengo a condividerle:

"Ieri il santo Nicola, autoeletto a protettore delle vittime dei propri errori, e la sua parata di scappati di casa. Oggi il sant’Ambrogio. Protettore della città in cui da un quarto di secolo sono impigliato, tra i suoi binari e le sue rotaie.

Non me lo sarei aspettato, dopo tanti anni passati ad annusare questa città, sempre dalla strada e raramente dagli interni. I suoi tram con un occhio solo, i suoi orologi da polso alle strade, l’umanità che schiuma... I silenzi e le invettive raccolti, sempre a piedi, camminando, “cane senza medaglie”, tra le solitudini portate a spasso (col cane)... Punto di ritorno e di ripartenza vicino al grande colosso mesopotamico della stazione Centrale, là dove i binari terminano come rose recise.

Questa città mi ha fatto sempre il dono della clandestinità. Dalle fasce dell’interland (it’s my land) al Barrio che non ho avuto, il mio quartiere a tiro della partenza, Milano è come una stanza di hotel con vista sull’umanità. È un luogo che si fa riempire della tua immaginazione, ma se ne indaghi la personalità da quella stanza rischi di finire spacciato. Milano è stata spesso per me il posto che ti allontana da tutto senza portarti da nessuna parte. Ma che ha permesso, nel frattempo, quel non-viaggio in cui puoi fermarti per sempre. Questo è il dono più grande che ne ho avuto e in questo modo, clandestinamente, è finita in molte canzoni e racconti. Senza mai ostentare il suo nome. Senza declamargli amore, e però trascorrendoci la vita. A volte come quei malanni a cui ti affezioni, a volte con quel senso di familiarità che ti ha dato l’averci alloggiato le tue assenze. La città le ha sapute custodire. Una geografia del tutto personale, ma viva, che ha avuto decine di epifanie in tanti luoghi eletti a palco rituale: il concerto con i senza tetto nel piazzale della stazione, il binario 21, gli uomini dei treni notturni esiliati sulla torre per protesta, le arcate della stazione, il lazzaretto , il planetario, l’acquario, il ring da boxe al Palalido, i fantasmi del teatro Smeraldo, quelli della casa 139, quelli del Pentesilea... La milonga dell’arci Bellezza, e il circolo famiglia Tangoi, la sala Veglioni dell’Osteria del Treno, i 25 aprile al paolo Pini, a San Carpoforo, i locali sotterranei dell’Albergo Diurno di porta Venezia. Milano pare avere un palco adatto a ogni stagione, come i cappelli. Li puoi mettere nell’armadio ma poi li ritrovi, perché li usi solo tu. È il vantaggio della geografia personale.

Dopo tutti questi anni di clandestinità, sia pure con fragorosi squarci di socialità condivisa, è stato un dono inatteso prendere parte a un rito di comunità di alto senso civico come è stato quello delle civiche Benemerenze di stamattina, che ha portato sul palco le più diverse forme di impegno profuse in questa città.

Il “Nobel cittadino“ come l’ha definito l’inossidabile Ricky Gianco, è stato davvero un momento di umanità condivisa, piuttosto lontano dalle ritualità da riflettori accesi e da spintoni a guadagnarsi la ribalta, che spesso accompagnano i premi. Il termine ri-conoscimento vale anche al contrario, conoscere un’altra volta, da un altro lato, una città. Dalla parte della luce stavolta, dopo tutto il buio che ci ho cercato.

Grazie. Da oggi ho un santo in più a cui votarmi."

p.s. le foto sono del bravissimo Andrea Cherchi!